Una memorabile caccia all'orso in Caoria

La caccia all'orso nell'abitato di Caoria che è rimasta nella storia

Orso

Una memorabile caccia all'orso in Caoria

Un orso vagava da tempo sull' Alpe Pront lungo le pendici settentrionali di Cima d' Asta e sulla fine d' ottobre 1840 si ebbe a Caoria la notizia che si era spostato, avvicinandosi, verso val Regana. Fu allora che tre cacciatori provetti si sentirono invogliati a dargli la caccia e il giorno 28 ottobre Francesco Loss detto Tabarro, Francesco Loss detto Vicenzon e il signor Lorenzo Boso mossero alla ricerca del vagabondo plantigrado. 

Dopo circa due ore, fatte delle indagini, s' appostarono in luoghi adatti e attesero la comparsa dell' avversario. Difatti non tardò molto a presentarsi alla vista del Tabarro, che, con un' archibugiata lo ferì alla spalla destra, irritato da quella sgradita sorpresa, l' animale fuggì, lasciando tracce di sangue sulla neve fresca. 

Ma s' avvicinava notte e i cacciatori temevano che la preda loro sfuggisse, specialmente a causa della neve che cominciava a cadere di nuovo e che avrebbe coperto le tracce. Perciò si posero a inseguire la preda. Il Boso, che aveva avanzato di molto gli altri due compagni, smarrite le tracce, salì su la ceppaia d' una pianta recisa per poter spaziare con la vista più lontano; con sorpresa però s' accorse, dallo scrosciar delle fronde a poca distanza, del prossimo arrivo dell' orso. 

Ebbe appena tempo d' appostarsi il fucile e sparare, ma la palla colpì solo la spalla destra, dove era già stato ferito e l' animale inferocito s' avventò contro il tiratore afferrandolo alla gamba destra. Il Boso non si smarrì di coraggio e, impugnando lo schioppo per la canna, percuotendo col calcio il dorso dell' orso, l' obbligò a lasciargli libera la gamba. 

L' orso invece, sollevandosi sui piedi posteriori, stava per afferrarlo con le zampe al tronco per dilaniarlo coi denti, sicché l' assalito non vide maggior partito che quello di cacciarsi con la testa sotto le terribili mascelle, rendendogli impossibile il loro uso fatale e così avvinghiati fecero alcuni capitomboli giù per l' erta. Alla fine l' orso si disciolse e fuggì. 

Il vincitore Boso, uscito incolume dopo sì tremendo colpo, temendo un nuovo assalto, chiamò in aiuto i compagni che sopraggiunsero subito. Il Tamaro proponeva di abbandonare la preda, ritenendo troppo pericoloso il perseguitarla; gli altri due però non pensavano di darla vinta, nell' opinione che, stando tutti tre uniti, non dovessero avere alcun timore. 

E si disposero in linea a qualche metro di distanza l' uno dall' altro. L' orso si affacciò di nuovo più inferocito che mai. Il Boso che era il primo, gli preparava l' accoglienza con una nuova palla, ma la capsula non rispose. Sparò il Vicenzot, ma non colpì; finalmente il Tabarro lo colpì sotto la spalla. 

La belva, fatta una giravolta si slanciò furibonda contro il Vicenzot e lo gettò a terra subito addentandolo alle gambe ed alle cosce. 

Il cacciatore ebbe però tanta forza e coraggio d' afferrare la fiera con ambedue le mani alle orecchie, tenendosela più che poteva lontana dal tronco. Quella intanto continuava a morsicarli le estremità inferiori, perciò si pose a gridare ai compagni che l' aiutassero, altrimenti era morto. 

Il Tabarro, ritenendo il caso disperato, non si sentì in grado d' accorrere in aiuto, ma il Boso ascoltò più voci della compassione e della carità che quelle dell' egoismo, non seguì il Tabarro e corse risoluto addosso all' orso. 

Ingaggiò con lui una lotta estrema, cominciò a tempestarlo di colpi sulla fronte e sulla nuca con quanta forza aveva, servendosi del capo dello schioppo, mentre il Vicenzot continuava a tenerlo per le orecchie. 

La cassa del fucile si ruppe in cento pezzi, la canna si piegò, ma finalmente la belva dovette cedere. Lasciò il Vicenzot, si rivolse minacciosa contro il percussore, rizzandosi in piedi per afferrarlo meglio. Il Boso però fu capace di tenersela lontana e di indebolirla a furia di colpi, finchè rovesciatala a terra poté finirla. 

Era già calata la notte. La vittima giaceva abbattuta, ma i lottatori superstiti dovevano compiere la via non breve del ritorno. Assistito e sostenuto dal Boso, anch' esso offeso dalla morsicata ricevuta sulla ceppaia, e dal Tabarro illeso, il Vicenzot con una quindicina di ferite nelle gambe e nelle cosce fu condotto alla meglio fino alle pendici del monte e di là fino all' abitazione di Bortolo Caser al Gardellin, lontana un' ora dal campo di battaglia. 

Aiutati anche dal Caser continuarono poi il cammino d' oltre mezz' ora fino a Caoria, dove giunsero a notte inoltrata. 

La mattina seguente alcuni, sulle indicazioni dei cacciatori, si recarono in Regana a levare e condurre in paese il trofeo così epicamente acquistato; trovarono però che l' animale, quantunque lo avessero lasciato morto, s' era ancor trascinato a qualche distanza, lasciando quel tratto coperto di sangue e di parte dei sui intestini. 

Tanto il Boso che il Vicenzot furono obbligati a letto per molti giorni, ma le ferite non avevano toccato fortunatamente parti delicate e vitali, perciò mediante una cura medica restarono del tutto guariti. A quest' ultimo però, più duramente maltrattato dalla belva, le ferite lasciarono larghe e profonde cicatrici e quelle contrazioni al dorso che lo resero gibboso; visse così fino al 1867. 

Il valente Boso se la cavò con meno sinistre conseguenze. Implorò la rimunerazione sovrana per la magnanima difesa e salvezza del cognato Vicenzot e sopravvisse lunghi anni a quella tragica impresa.

 

Testo tratto da "La Valle del Vanoi" di Ferruccio Romagna